I testimoni

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GIUSEPPE GUARINO

Presidente Regionale ANVCG Sicilia, racconta che aveva 9 anni e frequentava la quarta elementare. C’erano le vacanze di Natale ed era andato a giocare con altri bambini alla villa comunale. A un certo punto arrivò un bambino con un piccolo oggetto cilindrico in mano, cominciò ad agitarlo producendo rumore. Così facendo suscitò la curiosità degli altri bambini, che si misero a maneggiare l’oggetto per aprirlo causandone lo scoppio. Tutti i bambini rimasero colpiti, e Giuseppe purtroppo perse un occhio.

NICOLAS MARZOLINO

Studente di agraria che a Novalesa, mentre piantava patate con due amici, ritrovò una Breda 35, una bomba a mano, residuo della Seconda guerra mondiale. Perse una mano e ha tutt’oggi numerosi problemi alla vista a causa di quel “lumino da camposanto”.

RENATO COLOSI

Presidente ANVCG Sezione Provinciale di Messina, ricorda che il 29 maggio del 1945 mentre camminava urtò qualcosa, un ordigno che esplodendo gli portò via la mano sinistra. Ricorda soltanto che si trovava sulle spalle di una persona che correva verso l’ospedale. Si risvegliò in una stanza piena di bambini feriti.

FRANCO LEONI

Ventinove settembre, mattinata uggiosa, una pioggia fine, continua e fastidiosa. Riparati nel ristretto spazio di un rifugio nel bosco, scavato nel tufo e pieno di umidità, pigiati nel poco spazio tante persone, vicini di podere e gente sfollata, proveniente da altri parti. Noi bambini chiassosi e tante donne e vecchi atterriti dalla paura. Un lamento soffocato, che ad ogni minuto si fa sempre più forte e insistente, è in arrivo un piccolo fratellino, bisogna ritornare a casa per il parto, il luogo e la situazione non è adatto per un evento tanto delicato. La nonna Amalia ci accompagna, anche se inesperta, in questa urgente occasione si adegua anche a levatrice, non ci sono alternative. La stradina verso il poggio non è molta, ma sembra infinita, la pioggia sottile e fastidiosa, la mamma è pallida e sembra cadere a ogni passo. Arrivati, la casa e la stalla sono già un inferno, tutto è a fuoco, l’odore acre della carne bruciata entra nelle narici, una mucca muggisce in continuazione nella sofferenza data al fuoco. Bisogna ritornare al rifugio e adeguarsi alla situazione. Sorretta dalla suocera e lamentandosi per il troppo dolore, si ripercorre il sentiero, quando all’improvviso, il crepitio dei fucili e il sibilare delle pallottole ci sorprende, non c’è riparo sicuro, unica alternativa un pagliaio a pochi metri, ma la corsa finisce subito; la nonna per prima, la mamma colpita al ventre cerca di ripararmi, sento il sangue colarmi dalle ferite, i suoi urli strazianti mi entrano nel cuore e non potrò mai più dimenticarli. È sera con il buio mi vengano a prendere dal rifugio, mi sdraiano su un mucchio di fascine avvolto nella coperta della mamma, aspettano soltanto la mia morte.

Percepisco la voce di mio padre Armando, è disperato, ha perso tutto in un giorno solo non vuole più nascondersi, vuole solo farsi prendere e morire, non ha più niente per cui vivere. Passano due giorni, mi riprendo, non era giunto ancora per me l’appuntamento con il destino. Ci prelevano le SS dal rifugio e ci portano verso Serana, come in una processione, sospinti dai fucili. Sulla strada. Morti e vivi si confondono tra di loro, un inferno. Ho dovuto dire addio troppo presto ai miei genitori, una parte di me se n’è andata con loro, la loro scomparsa ha lasciato un vuoto incolmabile dentro di me. Voglio credere che da dove sono mi stiano guardando e mi stiano regalando un sorriso. Saranno sempre nel mio cuore.

Ciao Martina, ciao Armando se il vostro sacrificio è servito per avere un mondo migliore sono fiero di essere vostro figlio.

GIUSEPPE CASTRONOVO

Ho 9 anni e sto giocando, insieme a un mio coetaneo, nelle campagne di Favara, il comune dell’Agrigentino dove sono nato. È qui che troviamo un oggetto, la cui forma ci fa pensare ad una penna stilografica: in realtà è un micidiale ordigno esplosivo, dall’aspetto volutamente ingannatore. L’ordigno ci scoppia in mano ed io perdo per sempre la vista, mentre il mio compagno perde una mano, rimanendo però gravemente segnato dallo shock subìto, tanto da morire poco tempo dopo.